Voce di uno che grida nel deserto

8 03 2008
In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. (Lc 1,39-45)
In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? “. Ma Gesù gli disse: “Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia”. Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. (Mt 3,13-17)

Ancora lo stesso ricordo, ormai da tanti anni. Sento una voce di donna. E il calore di mia madre all’udirla, la sua gioia. Un semplice saluto: “Shalom!”.
Ho un sussulto nell’oscurità, nel grembo in attesa, nel cullarmi incosciente. Cambia qualcosa in me, cade la nebbia leggera che avvolgeva il mio spirito. Mi sento più libero, più forte e irrequieto, più pronto, diverso.
Può una vita essere malinconica prima di vedere la luce? Può una voce modificare te stesso, prima di nascere? Ne sono certo. Come sono certo che mai più sentirò quella voce, che ha tolto una pelle per darmene un’altra.

Ho un’altra pelle che mi cinge la vita, quel che resta di un cammello che ha finito i suoi giorni. I miei di giorni, li capisco così poco! Mi ha chiamato il deserto nel pieno della mia giovinezza. E ho risposto.
Ho lottato, nella solitudine, più che a guidare un esercito. L’attesa è diventata amica, la pazienza compagna. Un’altra voce, e una missione. Un’altra attesa. Aspetto qualcuno che non ho mai visto. So che lo riconoscerò, ma non so come. Lo servo senza conoscerlo.

Si immergono nel fiume. Lasciano nel Giordano i loro peccati, mentre il sole divampa il suo fuoco sulle loro teste. Dico di convertirsi, di cambiare la loro vita idolatra e impura. Devo prepararli: dovranno incontrare la gloria del Dio vero. Escono dall’acqua e li osservo. Troppi non cambiano. Prima che si asciughi il corpo, hanno la mente alle loro passioni.

Non posso fare di più, io. Non può fare di più quest’acqua, che è un segno senza forza. Devo muovere la loro volontà. Verrà un giorno in cui quest’acqua avrà volontà e potere. A loro sarà chiesto soltanto di credere.

Si avvicina un uomo e lo riconosco. Ha parlato al mio spirito la voce che mi accompagna da quando ero bambino. Non posso battezzare chi mi salva dai miei peccati. Ma lui insiste. Si immergerà nella stessa acqua. Ho paura che tremi il Giordano, che inondi questa terra arida e porti via con sé tutti i penitenti, ammassati sulle rive come a un censimento.

Scende nell’acqua, con calma, quasi a tastarne con tutto il corpo il contenuto. Chiude gli occhi, adesso che il fiume arriva alle sue spalle. Ha il volto sereno e luminoso, così diverso da quelli umiliati e affranti di qualche minuto prima. Sembra dire di sì. Ma non mi è dato di intendere a cosa. Riemerge, lentamente, così come vi era entrato.

Si aprono i cieli mentre prega con un’intensità che pare toccare Dio. Una voce parla dall’alto. Lo chiama Figlio. E lo Spirito scende su di lui con pienezza, aleggia sul suo capo come una colomba.

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Scriveva per terra

20 01 2008

«Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». (Gv 8, 1-11)

Mi sono attorno, mi chiudono in un cerchio e vedo i loro occhi, i loro sguardi che scrutano il mio, con violenza. Sono stravolti. Mi accusano, inveiscono. Mi hanno picchiata per togliermi da quel letto e Andrea è fuggito. Potevano fermarlo, ma volevano me. Ora mi guardano, vedono i lividi sul mio viso, le vesti strappate e vogliono distruggere ciò che non possono possedere.

Da quando il mio corpo è diventato donna, i miei occhi sono riflesso delle loro voglie. Li sento da sempre posarsi su di me e non vedere altro che le loro ossessioni. Anche adesso. Anche adesso che parlano di Dio con le pietre in mano non mi vedono; mi desiderano e vogliono cancellare, uccidendomi, i loro tormenti.

Non è Andrea che vorrei qui nell’ultimo minuto, non è mio marito che pensa di amarmi mentre stringe i miei seni con ardore infantile. Non sono i peccati che piango. Piango un Dio di pietra come quei sassi, piango quest’anima senza pace, questo corpo che mi ha dato uomini e mai amore.

Anche stanotte la tristezza è arrivata prima del piacere. Spero che la morte arrivi prima del dolore. Non sarà così. Con che forza distruggeranno il tempio delle loro passioni! Sentirò ogni colpo sulla mia pelle. Si calmeranno, quando non vedranno più bellezza nella mia carne. Saranno sazi di giustizia e nessuno li può più fermare. Dio mio, Dio mio, perché hai dato quest’ordine? Perché la tua legge pesa più dei miei sbagli? Muoio senza te, lontana da me stessa.

Continuano a parlare, sento le loro voci come un chiacchierio. Adulterio. Mosè. Lapidare. Guardano un uomo, solo, per terra, lontano e fuori dal cerchio. Non so chi sia e cosa c’entri con me, con la mia fine. Avanti! Che aspettate? Smettete di discutere dei profeti e di Dio e tirate quelle maledette pietre prima che il vuoto prenda il mio posto!

L’uomo è vestito di bianco, scrive per terra e dice una frase. Finalmente il silenzio. È ora! Madre perdonami e custodiscimi come bambina nel tuo cuore. Ama il mio ricordo più di quanto odi le mie scelte.

Cadono a terra le pietre, non le loro passioni. Le sento andar via con loro, tra i tonfi dei sassi sulla sabbia. Rimango sola con lo sconosciuto.

Adesso è lui nel mio cerchio, e nessun altro. Sono ancora nella polvere mentre lui si alza. Raggiungo i suoi piedi, li bacio, non riesco a rialzarmi. Sento il suo sguardo, mi vede. Lo guardo anch’io, impaurita come un cane appena picchiato. “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Nessuno mi ha condannata. Dove sono adesso non possono più entrare. Mi batte forte il cuore davanti al suo amore, so che lui, davvero, potrebbe condannarmi e non so come. “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Mi rialzo. Una parte di me rimane nella polvere.

Cosa mi hai tolto? Cosa mi hai dato? L’uomo si gira e si incammina. Non lo seguo. Rimango ancora qualche minuto a guardare per terra. Leggo i suoi segni. E piango.





Videro Gesù che camminava sul mare

1 01 2008

«Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l’altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Sono io, non temete”. Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.» (Gv 6, 16-21)

Questa pagina del Vangelo di Giovanni è tanto semplice nel racconto quanto fertile di possibili commenti e riscontri nell’esperienza di ogni fedele e nella vita di ogni uomo. Poiché mancano descrizioni estese dell’accaduto e per l’impostazione stessa del testo, possiamo lasciare ai margini una lettura puramente storico-critica per provare ad interrogare la Parola, per chiedere al Signore cosa possiamo e dobbiamo trattenere, quali insegnamenti per la nostra vita di fede sono nascosti in un brano tanto sintetico quanto profondo.

“Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l’altra riva in direzione di Cafarnao.”

Era venuta la sera, era arrivata l’ora in cui la luce comincia a lasciare il posto al buio, alle tenebre. I discepoli si trovavano quindi in una condizione di pre-oscurità, di semi-oscurità. La sera è sempre un momento in cui declina la sicurezza e la solarità del giorno, l’allegria delle grida diurne; richiama un’atmosfera di raccoglimento, ma anche di nostalgia per qualcosa che non è più e che ritornerà soltanto con lo splendore della nuova aurora.

Viene subito alla mente la dicotomia luce-tenebra: nel suo Vangelo Giovanni paragona la luce di Gesù (Gv 1,4-5) (lui stesso è la luce che illumina ogni uomo, il bene, il Verbo) con le tenebre (il male, le potenze del male). Gesù lo afferma di se stesso in più occasioni (ad esempio in Gv 8,12: “Io sono la luce del mondo”); più volte riprende questa verità (Gv 11,9-10; 12,35-36) per mettere in guardia i discepoli, per insegnare loro a “camminare nella luce” “per non inciampare”, “per non essere sorpresi dalle tenebre”.

Luce e tenebra sono concetti utilizzati da Gesù per rendere la differenza essenziale tra la presenza di Dio (luce) e la sua assenza (tenebre), dando a queste ultime una realtà negativa: le tenebre esistono soltanto quando non vi è la luce, il loro esserci è collegato alla mancanza della luce, quindi il loro valore ontico è decisamente inferiore a quello della luce. Possiamo affermare che sono entità di “serie B”, che sussistono finché l’Essere di “serie A” non appare. La teofania annulla quindi ogni presenza del male, così come la fede: “Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46).

La fede quindi è teofania, presenza reale di Dio che disperde le tenebre. Per essere più precisi la fede è teofania nell’anima, dello Spirito nell’anima: Dio c’è sempre (Io Sono), ma senza fede non è presente al nostro essere (nel nostro cuore) e quindi il male che è in noi può (è lasciato libero di) e-sistere (da-sein, esser-ci, essere qui). Il male potrebbe non esserci (non essere in noi) se noi avessimo fede, se lasciassimo cioè esistere Dio in noi, con la sua presenza che annulla l’esserci delle tenebre.

“Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l’altra riva in direzione di Cafarnao.”

Ci sono altre due immagini che possiamo commentare brevemente togliendole per un attimo da un puro contesto narrativo: il mare e la barca.

Il mare rappresenta, nella cosmologia biblica, il caos delle forze ribelli e primordiali, qualcosa di oscuro, di immenso e sconosciuto, di temibile per la sua grandezza, imprevedibilità e potenza. È la vasta dimensione degli eventi, delle situazioni che incontriamo e che ci circondano, di fronte alle quali siamo piccoli, inermi e impotenti; è il mondo con le sue forze che insidiano la creazione.

La barca rappresenta il mezzo con cui ci muoviamo nell’esistente, la nostra vita oggettiva e concreta, il nostro cammino nella storia.

La scena si svolge dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci fatta da Gesù sul monte. Infatti il testo dice che i “discepoli scesero al mare”. Questo “scendere” ricorda almeno altre due discese. La prima è quella del pubblicano che scende dal tempio dopo aver pregato (Lc 18,9-14) (qualcuno traduce “tornò a casa sua”, ma la traduzione dal greco è “discese”). La seconda è la discesa di Gesù e dei tre discepoli dal monte Tabor dopo la sua trasfigurazione (ad esempio in Lc 9,37). In entrambi i casi vi è una discesa dopo un incontro profondo con Dio (preghiera del pubblicano, manifestazione della gloria di Dio sul Tabor). In entrambi i casi si passa da un momento forte di presenza del Signore e di relazione con Lui, ad un ritorno alla “normalità”, alla vita quotidiana: il pubblicano torna a casa sua mentre i discepoli accompagnano nuovamente Gesù nella sua missione salvifica (“quando furono discesi dal monte una gran folla gli venne incontro”).

A differenza della discesa dal Tabor, Gesù non è fisicamente con loro: si era ritirato tutto solo sulla montagna per evitare la gente che dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, per una interpretazione molto umana della missione del Messia, voleva farlo re.

Non sappiamo se la decisione dei discepoli di recarsi verso l’altra riva sia stata presa autonomamente o se erano d’accordo con Gesù di cambiare luogo (così viene descritto negli altri vangeli). La cosa sicura è che partono senza il Maestro, si avviano, iniziano il loro cammino nel mare, senza la presenza fisica di Gesù. Anche l’immagine dell'”altra riva” è ricca di simbolismi: qualcuno la interpreta come il “Regno di Dio”, la sponda opposta al regno di questo mondo, dove Dio stesso ci attende per accoglierci. In senso escatologico certo, ma anche di inizio di una nuova vita (qui ed ora) in una relazione più forte e stabile con Lui.

“Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.”

Ecco le condizioni del viaggio: la sera con la sua tenue presenza di luce ha lasciato il posto all’oscurità totale della notte, siamo nel pieno delle tenebre che avvolgono la barca e i discepoli. Come se non bastasse il mare è agitato da un forte vento.

Possiamo collegare questa realtà a tante situazioni della nostra vita: gli eventi ci sovrastano con la loro forza e la loro violenza, navighiamo in mezzo ad ostacoli che riusciamo a controllare solo con grande fatica, le avversità soffiano contro di noi e la nostra povera barca. Di un sollievo neanche l’ombra, di una consolazione o un piccolo conforto neanche un segno; si continua a remare. Dio, che non è salito con noi sulla barca, non è ancora arrivato, ma noi non ce ne curiamo più di tanto e continuiamo per la nostra strada.

“Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Sono io, non temete”.

Anche i discepoli continuano per la loro strada, navigando per un bel tratto di mare e a nessuno viene in mente di invocare Gesù, di chiamarlo anche solo nel proprio cuore. Forse non avevano ancora compreso la divinità di Gesù e non avendolo fisicamente con loro nella barca, come nella tempesta raccontata nei sinottici (ad esempio in Mc 4,35-41), non pensano di rivolgersi a qualcuno che non vedono.

È Gesù a prendere l’iniziativa: ancora una volta è lui che guarda alle nostre difficoltà e ci viene incontro, vede le nostre fatiche e si avvia verso di noi per prendere un po’ di peso sulle sue spalle. Gesù cammina sulle acque: è superiore agli elementi della natura che domina a sua piacimento, che si sottomettono a lui. La sua presenza sovrasta qualsiasi avversità, su di lui gli eventi non hanno potere, è lui a controllarli, è lui il Signore dell’essere.

I discepoli hanno paura. Paura il cui senso non è da ricercare nella successione oggettiva degli eventi, quanto in una rivelazione improvvisa, nel riconoscere in Gesù, con meraviglia e terrore, qualcosa di più forte dell’uomo, di divino. (Non era bastato il grande segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci di poco prima per fornire loro questa sicurezza?). Come in ogni passo della Bibbia in cui la divinità si manifesta all’uomo, è Dio stesso a rassicurare dal turbamento di una tale rivelazione. Qui è Gesù che dice: “Sono io, non temete”.

“Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.”

Quando i discepoli decidono di prendere Gesù con loro, la barca giunge rapidamente a destinazione. Non è Gesù che si mette a remare e loro non possono andare più veloce con un uomo in più sulla barca. Gesù non toglie l’onere del viaggio, lo sforzo del remare. Sono le condizioni del viaggio a cambiare (gli altri vangeli dicono infatti che il vento cessò): le avversità per giungere all’altra riva svaniscono, i tempi per arrivare alla méta si riducono.

Al di là di ogni interpretazione possibile, nel rileggere questo brano del Vangelo, mi è parso di scorgerne una in particolare, di ritrovare i punti chiave tipici di ogni storia di conversione.

a) Partenza da soli sulle strade della vita. Quando inizia il momento delle scelte importanti, ci troviamo già senza la compagnia di Dio. Spesso lo abbiamo conosciuto, ma lasciato da parte, non è entrato nella nostra vita e comincia a farsi buio prima ancora che arriviamo all’età adulta.
b) Il cammino si presenta pieno di difficoltà, gli eventi soffiano contro di noi, le tenebre ci circondano (il male e il peccato hanno la meglio su di noi) e non abbiamo nessun punto “forte” a cui aggrapparci, che dia un senso a questo viaggio.
c) Gesù prende l’iniziativa, si fa incontro per una sua scelta autonoma. Ci vede affaticati e oppressi, si interessa di noi, ci ama per primo.
d) Adesso tocca a noi scegliere: prendere Gesù con sé sulla propria barca è un atto di volontà. Ora che l’abbiamo riconosciuto serve un minimo di cooperazione che si attua nella libertà. Potremmo anche lasciarlo al largo, nei flutti delle onde e non farlo entrare nella nostra vita.
e) Quando Gesù sale a bordo la vita cambia. Noi non siamo più quelli di prima, è un incontro che trasforma. Ma anche la nostra vita non è più la stessa: si rema diversamente, il male e le tenebre non sono annullate, ma con Gesù esse non sono più forti di noi, il mare è immenso e sconosciuto come prima, ma la barca si muove rapidamente verso l’altra riva. Chi crede in Lui è accompagnato costantemente dalla certezza di non essere sballottato, tra le tempeste della storia, da forze oscure e dinamismi ciechi; anche nelle avversità e nelle tribolazioni confida in Dio, si abbandona a Lui, ringraziando di tutto quello che accade, sicuro che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28).





Ti ho amato di amore eterno

2 12 2007

«Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà». Questo passo di Geremia (31, 3) è stata una delle prime letture della Bibbia con la quale il Signore mi ha parlato. Una di quelle pagine che Dio mette davanti ai miei occhi e, soprattutto al mio cuore, per dirmi quello che vuole dirmi.

È stato un incontro d’Amore, in cui la Parola (che è Dio stesso che si dona) si è rivelata per parlarmi del Dio d’Amore. Non è facile pubblicare qualcosa di personale, anche se i blog sono proprio questo: uno spazio personale. Pensare che il seme che Dio ha messo nel mio cuore sia occasione fertile anche per altri è l’unico motivo per cui metto online queste meditazioni.

«Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà.»

Dio rivolge ad ognuno di noi queste parole, a tutti noi che siamo nel peccato, che non ricambiamo il Suo amore, dimenticandoci di Lui, voltandogli le spalle. Quanta grandezza in questa frase, quanta misericordia, quanta profondità in queste poche parole!

«Ti ho amato di amore eterno».

È un amore che noi uomini non possiamo donare qui sulla terra, neanche alla persona a cui vogliamo più bene, un amore che trascende il tempo.

«Ti ho amato di un amore che non conosce fine, quindi ti amerò per sempre. Io che ti ho dato la vita ti amerò per sempre, anche dopo quella a cui troppo spesso pensi come l’unica vita. Ti amerò anche dopo, poiché Io sono il Dio che supera il tempo. Io che ho creato il tempo, non metterò questo limite al mio amore per te.»

«Ti ho amato di amore eterno».

«Non solo ti amerò da oggi in poi per tutta l’eternità, ma ti ho amato anche prima, per tutta l’eternità che veniva prima di oggi. Poiché tu eri nei miei pensieri prima che iniziasse il mondo e prima di venire alla luce qui sulla terra.»

Perché quindi un verbo al passato? «Ti ho amato»? Perché Dio quando ama, ama per sempre.

«Da quando ho pensato a te, prima che il tempo esistesse, ti ho amato. Per questo, Io che sono Dio, e che amo per sempre, ti ho amato quando sei nato, ti amerò per tutta la tua vita (qualsiasi cosa tu faccia) e ti amerò dopo la tua morte.

Per questo non esiste la morte: poiché Io ti amo, tu continuerai ad esistere con me nell’eternità, nella mia mente che ti crea, nel mio amore che ti crea. Poiché Io sono fuori dal tempo, tu sarai con me nell’eternità.

Solo tu puoi mettere fine a questo amore, non Io. Solo tu puoi scegliere la morte, darti la morte e rifiutare di vivere, rifiutare di essere amato da me.

Anche in questo caso “Ti ho amato”; e ti amerò fino al tuo ultimo “no”, soffrirò fino al tuo ultimo “no”, busserò fino al tuo ultimo “no”.»

«Ti ho amato di amore eterno».

Non di un amore eterno, ma di amore eterno, dell’amore eterno. Noi conosciamo tanti tipi di amore: l’amore di amicizia, l’amore di tenerezza, l’amore di fratellanza e spesso confondiamo l’amore con qualcosa d’altro, con l’affettività, i sentimenti o l’erotismo. Soltanto Dio, però, può darci l’amore eterno, che è lui stesso.

In realtà questa frase svela l’essere stesso di Dio: amare di amore eterno è l’essere stesso di Dio, è l’Amore che ama. Il suo amore è il suo essere, ma anche il nostro: noi dipendiamo dal fatto che Lui, Amore, ama.

«C’è solo un amore eterno e sono Io. Per questo ti dico che ti ho amato come solo Io posso amare: solo Io posso creare amando. Il tuo amore può scaldare il cuore, può offrire tenerezza, può suscitare gioia, può rendere felice, ma non può creare.

Però ti ho insegnato come devi amare tu, con mio Figlio ti ho insegnato come devi amare tu: donando te stesso. Dona te stesso per amore, a me e agli altri. È il massimo che puoi fare per ricambiare il mio amore. È il massimo che puoi fare per assomigliarmi.»