Peccato, non capire cos’è

18 07 2007

Un opera di Francis BaconTante parole sono diventate poli-significative, non hanno più la stessa luce sulla bocca e nel cuore di chi le pronuncia. È il caso di “amore”: in qualcuno avrà il sapore del dono di sé, in altri di un vago sentimentalismo, in altri ancora di un misto di sessualità e romanticismo.

Altre parole sono diventate (non per tutti, per fortuna) quanto meno sospette. Fanno drizzare le orecchie, storcere un po’ il naso, attivare una sorta di auto-difesa preventiva, uno schermo protettivo per evitare al loro significato di raggiungerci, di toccarci, di invaderci. Così il povero (si fa per dire) “peccato” sta scomparendo dal nostro vocabolario, tra un senso di imbarazzo nel pronunciarlo, una rimozione psicologica in favore della libera autonomia del singolo, una (mal)sana nausea per ogni presunto o reale moralismo.

Come un uomo rimane una “sagoma” finché non ne conosciamo la persona, così una parola rimane un’ombra fintanto che non ci raggiunge il suo significato. Ho voluto raccogliere in questo post alcune parole per di-spiegare il senso perduto del peccato. O, almeno, per aprire un varco a questa povera parolina, che tanti distrugge ed aliena. Per sapere, in questi casi, a chi dire grazie.

1. Dal commento di Gianfranco Ravasi al Salmo 50 (51):

“Tre sono i vocaboli ebraici usati (per definire il peccato). Il primo è hatta’, letteralmente «mancare il bersaglio»: il peccato è un’aberrazione che ci porta lontano da Dio e dal prossimo. È una relazione che si infrange, è una meta luminosa che si allontana. Il secondo termine è ′awôn e suppone simbolicamente un «torcere», un «curvare»; riproduce quindi l’impressione di una deviazione tortuosa, è l’«inversione di ciò che è bene, la distorsione e la frattura di ciò che è diritto, la caricatura di ciò che è bello».
Proprio per questa duplice dimensione spaziale di hatta’ e di ′awôn la conversione del peccatore è dipinta nella Bibbia come un «ritorno» (shûb), una correzione di rotta. La conversione comporta una decisione personale che elide quella negativa dell’«allontanamento» da Dio. Il terzo vocabolo del peccato è pesha′: esso esprime la «ribellione» del vassallo nei confronti del sovrano, marca quindi la rivolta dell’uomo, «titano nano» (come diceva lo scrittore francese V. Hugo), nei confronti del Signore e del suo progetto.”

2. Da “Terapia delle malattie spirituali” di Jean-Claude Larchet:

“È sempre in rapporto alla natura costitutiva dell’uomo, al suo dover-essere teantropico, che i Padri definiscono il male e il peccato. È un male e costituisce un peccato ogni azione che allontana l’uomo da Dio e dal suo divenire dio (la deificazione alla quale l’uomo è per natura chiamato), in altri termini, ogni azione per la quale l’uomo allontana le sue facoltà dal loro fine naturale”.

3. Da “La verità vi farà liberi” (Catechismo degli adulti):

“La fede ci rivela la malizia profonda del peccato. Esso è infedeltà all’alleanza, rifiuto dell’amore di Dio, ingratitudine, idolatria. Gli uomini non accolgono la propria esistenza come un dono, non rendono grazie al loro Creatore e Padre. A Dio preferiscono un valore parziale assolutizzato, una qualche figura del potere, dell’avere, del sapere, del piacere. Fanno a meno di lui, come fossero autosufficienti. E dire che ogni energia viene da lui, anche quella che occorre per ribellarsi!”.

4. Dal “Catechismo della Chiesa Cattolica“:

“La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio» (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l’uomo a disubbidire a Dio”.

5. Da “Il perdono medicina di Dio” di Daniel-Ange:

“Nulla è distruttivo come il peccato. I danni che provoca sono incalcolabili. Le sue risonanze sono spaventose. Disgrega l’uomo e l’umanità: è il rifiuto di amare. Dio odio il peccato tanto quanto ama il peccatore, e perché l’ama, secondo lo stesso principio. Allora, come denunciare il peccato, senza annunciare il perdono? Come diagnosticare il male, senza offrire il rimedio? Sarebbe criminale. Infatti, se il rifiuto dell’amore è la morte, il perdono d’Amore è vita”.

“La misericordia non è eterna. Non esiste dall’eternità. È nata quella sera (nota: la sera del peccato originale, in cui si è infranta la triplice comunione: umanità-Dio; umanità-cosmo; uomo-donna). L’Amore che è eterno si è trasformato in misericordia. La Misericordia è la forza d’amore che è sconvolta dalla miseria, dalla sofferenza, dal male che rode quelli che si amano più di tutti al mondo.
Nasce da un cuore spezzato. E fino ad allora, il Cuore di Dio non era ferito.
Ma non è eterna neppure all’altro capo della catena. Non durerà per sempre. L’ultima sera del mondo, o piuttosto il primo mattino del mondo nuovo, cesserà di esistere. Con la venuta nella gloria di Gesù, si eclisserà davanti ai raggi del suo Volto glorioso. Con la sua vittoria definitiva su ogni male e dunque su ogni sofferenza, potrà dire: «Padre, ho compiuto la tua opera! Ho realizzato la missione che mi avevi affidato. Tutto è compiuto, ora e per sempre!».”

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L’inconscio spirituale

5 07 2007

Ho da poco finito di leggere un bellissimo libro di Jean Claude Larchet: “L’inconscio spirituale. Malattie psichiche e malattie spirituali“.

Tesi portante del testo è la concezione globale dell’uomo, così come viene ampiamente considerato nella Bibbia e nella tradizione cristiana: ovvero formato di corpo, anima e spirito. Data questa unità, Larchet evidenzia l’esistenza di un inconscio spirituale e come molte malattie psichiche possano essere guarite da una terapia spirituale.

È uno di quei libri di cui citerei metà di quello che ho letto. Provo a segnare i punti che ritengo più importanti e proficui per l’arricchimento personale. Anche tra quelli che non rientrano nel tema centrale del discorso (l’inconscio spirituale), ma che ne determinano il senso e ne guidano lo sviluppo.

1. Ciò che si intende per malattia spirituale è una turba del normale rapporto con Dio; di conseguenza per guarigione spirituale si intende il ristabilimento di quel normale rapporto con Dio.

2. Le passioni si formano dall’esercizio contro natura (cioè non orientate a Dio) delle facoltà umane. Proprio le passioni sono le malattie spirituali, ben diverse e distinte da quelle psichiche. Spesso le malattie spirituali provocano patologie psichiche realissime, ma la terapeutica spirituale non va assimilata a quella psichica.

3. L’inconscio spirituale ha due dimensioni fondamentali: l’inconscio teofilo relaziona, unisce e orienta a Dio; l’inconscio deifugo separa, stacca, allontana l’uomo da Dio.

4. È la tentazione a rivelare all’uomo la presenza in lui delle passioni. Dice Evagrio: “Nell’uomo ci sono molte passioni di cui non sappiamo niente, fino a quando arriva la tentazione e ce le rivela”. Una delle prime funzioni della terapeutica spirituale, da usare per guarire le passioni dell’uomo, è quella di renderlo pienamente cosciente di esse.

5. Le passioni possono essere anche definite come un orientamento patologico del desiderio. Il desiderio dell’uomo fu creato in vista di Dio, ma egli ha orientato questa potenza di desiderio sugli oggetti sensibili. Nessuna realtà di questo mondo è però in grado di corrispondere al desiderio di infinito che c’è in lui: ogni piacere appare limitato e fuggitivo e appena consumato lascia in lui un vuoto doloroso.

6. Deluso dalla soddisfazione di tutti i desideri sensibili, l’uomo continua a sentire nel profondo di sé una mancanza, un’inadeguatezza fra la realtà raggiunta e le sue aspirazioni (che intuisce senza conoscerne il senso vero) e si mette a correre da un oggetto all’altro, da un piacere all’altro, senza trovare fine alla sua ricerca, vivendo in uno stato di frustrazione permanente, di ontologica insoddisfazione perpetua.

7. La terapeutica spirituale aiuta il malato (mi sa che siamo tutti noi) a prendere coscienza del carattere “perverso” del suo desiderio e del senso originale e vero del desiderio che è in lui, aiutandolo a convertire il suo desiderio, a reindirizzarlo e riorientarlo verso “il fine divino”. La guarigione si presenta come il raddrizzamento e la conversione di quelle stesse facoltà che nello stato patologico sono rivolte all’amore egoistico di sé e degli oggetti sensibili, per far ritrovare all’uomo la loro funzione naturale e normale, il loro orientamento a Dio.

Ci sono ancora molti spunti interessanti che potrei citare sull’aiuto di un padre spirituale in questo percorso di guarigione, sulla grazia divina, sulla preghiera e sui sacramenti (in particolare la confessione). Lascio però il piacere della lettura del libro a chi, da questo post, è stato invogliato a comprarlo.